Luigi Carfora, presidente di Confimi Industria Campania e del Consorzio Suggestioni Campane Promotion: «Dobbiamo capire quanto della straordinaria domanda turistica si trasformi realmente in valore per le imprese del territorio»
Napoli non ha oggi un problema di domanda turistica. I dati mostrano una capacità di attrazione ormai strutturale.
Nel 2025 la città ha superato 20 milioni di presenze turistiche, con una crescita del 45% rispetto al 2024.
La stessa dinamica trova conferma nei primi mesi del 2026. I dati presentati dall’Osservatorio Turistico Urbano indicano circa 1,75 milioni di turisti a gennaio e 1,7 milioni a febbraio.
Per settembre, le stime comunali arrivano a circa 2,2 milioni di visitatori. La componente straniera dovrebbe rappresentare circa il 50% del totale.
I numeri raccontano una trasformazione ormai evidente. Il turismo a Napoli non rappresenta più soltanto una componente stagionale. È diventato una presenza stabile dell’economia urbana.
Secondo Luigi Carfora, presidente di Confimi Industria Campania e del Consorzio Suggestioni Campane Promotion, è quindi necessario compiere un ulteriore passo nell’analisi.
«Abbiamo conquistato il turismo. Ora dobbiamo capire quanto di questa enorme domanda si trasformi realmente in fatturato, redditività, lavoro e investimenti per le imprese della città. Perché avere milioni di turisti non significa automaticamente avere milioni di euro che restano nel tessuto produttivo locale».
Dal turista al cliente: dove finisce la spesa?
Contare gli arrivi non è sufficiente. Occorre analizzare anche il passaggio tra presenza turistica e consumo.
Una parte fondamentale della valutazione riguarda infatti le modalità con cui i visitatori spendono durante la permanenza in città.
Secondo un’indagine sullo shopping turistico realizzata da Format Research, a Napoli il 35,8% dei turisti entra nei negozi.
La spesa media rilevata si attesta invece intorno ai 110 euro. A Firenze raggiunge 168 euro, mentre a Milano arriva a 184 euro e a Roma a 162 euro.
Anche le preferenze dei consumatori offrono elementi di riflessione. Il 57,7% degli acquirenti sceglie grandi marchi del Made in Italy, mentre il 23,8% opta per prodotti dell’artigianato locale.
«Il dato mette in evidenza un passaggio decisivo: la presenza del turista non coincide automaticamente con la presenza di un cliente per il commercio locale».
«Tra l’arrivo del visitatore e la ricaduta economica sul territorio esiste una catena che va misurata: presenza, consumo, acquisto, fatturato, redditività, lavoro e investimenti».
«Il turista può arrivare, pernottare, consumare servizi e fare acquisti. La sua spesa, però, non raggiunge automaticamente l’intera rete commerciale della città».
Secondo Carfora, proprio questo passaggio permette di valutare la capacità del turismo di generare ricchezza diffusa.
«È qui che si misura la vera capacità del turismo di generare ricchezza diffusa: non nel numero degli arrivi, ma nella capacità di trasformare quei flussi in domanda per una platea più ampia di imprese», osserva Carfora.
Il centro di Napoli tra crescita turistica e pressione economica
La crescita del turismo a Napoli deve essere considerata insieme alla trasformazione che sta interessando il centro cittadino.
La Relazione di Variante urbanistica del Comune rileva che oltre il 92% dell’offerta di immobili destinati a uso turistico è concentrata nell’area centrale.
Una forte pressione interessa anche la funzione residenziale. A Porto e San Giuseppe, gli alloggi coinvolti negli usi turistici raggiungono rispettivamente il 27% e il 26% del patrimonio abitativo.
Secondo il documento comunale, esiste un possibile collegamento tra la crescita degli affitti brevi e la crisi della funzione residenziale. Tra le conseguenze indicate figurano la minore disponibilità di alloggi e gli effetti sui servizi di prossimità.
Sul fronte commerciale emergono ulteriori elementi da monitorare.
Il Documento Strategico comunale rileva che, tra il 2018 e il 2024, i canoni di locazione dei locali commerciali sono cresciuti del 32,6% nell’Area centrale.
Proprio questa zona registra anche i valori più elevati della città per compravendite e locazioni.
Non è possibile attribuire automaticamente al turismo la difficoltà di un singolo negozio. Allo stesso modo, questi dati non spiegano da soli l’andamento generale del commercio.
Resta però una questione centrale. Se la domanda turistica è diventata una componente così rilevante dell’economia urbana, quanta parte della ricchezza generata riesce davvero a raggiungere le imprese del centro?
Nel cuore della città aumentano contemporaneamente domanda turistica, concentrazione degli usi turistici e costi immobiliari.
Diventa quindi importante verificare se la spesa dei visitatori sia sufficientemente diffusa. Occorre anche capire se produca una ricaduta economica adeguata sulla rete commerciale.
«Non possiamo limitarci a contare i turisti. Dobbiamo capire quanto della domanda che generano diventa fatturato, redditività, occupazione e investimento per le imprese del territorio», afferma Carfora.
Turismo e commercio: due dinamiche diverse
Un altro elemento di analisi arriva dai dati della Camera di Commercio di Napoli.
Nel primo trimestre 2026, nell’area metropolitana, il commercio ha registrato 822 nuove iscrizioni, con una diminuzione del 13,3%.
Nello stesso periodo sono state registrate 1.527 cessazioni volontarie. Il saldo è quindi negativo per 705 imprese.
Per quanto riguarda il turismo, le nuove iscrizioni sono state 207. Anche questo dato risulta in diminuzione, con una variazione negativa del 16,2%.
Il confronto tra i due comparti emerge anche osservando i dati del 2025.
Gli addetti del turismo sono cresciuti del 3%. Nel commercio, invece, si è registrata una diminuzione dell’1,4%.
Sul fronte delle unità locali, il turismo ha segnato un aumento del 6,7%, mentre il commercio è cresciuto dell’1,1%.
Una lettura corretta richiede anche in questo caso prudenza.
I numeri disponibili non dimostrano che il turismo provochi la contrazione del commercio. Inoltre, non possono essere trasferiti automaticamente al solo centro di Napoli.
Emergono tuttavia due dinamiche differenti. Il loro rapporto merita quindi di essere approfondito.
«Non è una fotografia del solo centro e non sarebbe corretto presentarla come tale. È però una dinamica che merita di essere spiegata: mentre il turismo cresce, il commercio segue un andamento diverso».
«La domanda che poniamo è quindi precisa: quali condizioni sono necessarie perché una quota maggiore della domanda turistica si traduca in rafforzamento dell’intero sistema commerciale?», afferma Carfora.
Dietro questi numeri ci sono imprese, lavoratori e investimenti. Ci sono inoltre attività che devono confrontarsi ogni giorno con i cambiamenti del mercato.
«Le imprese chiedono di capire come la crescita turistica possa tradursi concretamente in maggiore domanda e maggiore capacità di restare sul mercato», sottolinea Carfora.
Le istanze degli operatori stanno arrivando direttamente anche alle rappresentanze del territorio.
«È per questo che intendiamo portare la questione all’attenzione delle istituzioni e aprire un confronto concreto sulla capacità del turismo di generare una ricaduta economica più ampia e più diffusa sul commercio e sulle attività del territorio».
La trasformazione commerciale del centro
Anche le indicazioni elaborate per il nuovo PUC contribuiscono alla riflessione.
Le aree caratterizzate dalla maggiore concentrazione dei flussi turistici risultano spesso interessate da una progressiva contrazione della rete commerciale locale.
A risentirne sono soprattutto le attività rivolte ai residenti. In alcuni casi, queste lasciano spazio a esercizi orientati principalmente alla domanda turistica.
Il fenomeno non emerge soltanto dai documenti istituzionali. Una parte delle segnalazioni arriva infatti dalle imprese e dalle loro rappresentanze.
In una dichiarazione pubblicata da la Repubblica il 3 gennaio 2026, Alfredo Catapano, presidente di Federmoda-Confcommercio Campania, ha richiamato il problema della concorrenza esercitata dalle vendite illegali attraverso le piattaforme social.
Secondo quanto dichiarato, il fenomeno danneggerebbe i negozi fisici.
«A queste segnalazioni pubbliche si aggiungono le istanze che stanno arrivando direttamente a noi da imprese e operatori del territorio».
«È questo che rende la questione concreta: non stiamo costruendo un problema a tavolino. Stiamo raccogliendo una domanda che arriva dal tessuto produttivo e che ora vogliamo portare all’attenzione delle istituzioni», sottolinea Carfora.
Da qui nasce una domanda precisa: se il turismo è diventato una componente così importante dell’economia cittadina, quanto della spesa generata dai visitatori si trasforma realmente in valore per il commercio e per le imprese locali?
America’s Cup 2027: un’opportunità per il territorio
La questione assume ancora maggiore importanza in vista dell’America’s Cup 2027.
Le preregate di settembre si inseriscono in una nuova fase di crescita dei flussi. Per l’intero mese, l’Osservatorio Turistico Urbano stima circa 2,2 milioni di visitatori.
Uno scenario ancora più significativo riguarda il 2027. Il dossier realizzato dal Ministero del Turismo e dalla Luiss Business School ha stimato l’impatto economico dell’America’s Cup.
Nel breve periodo, la previsione indica circa 690 milioni di euro di impatto economico.
Considerando gli effetti di lungo periodo, la stima potrebbe superare 1,2 miliardi di euro.
Il dossier prevede inoltre un afflusso compreso tra 1,5 e 1,7 milioni di visitatori.
Si tratta, naturalmente, di stime e non di risultati consuntivi.
«L’America’s Cup può rappresentare un’occasione straordinaria. Ma proprio per questo dobbiamo arrivare preparati».
«Le stime sull’impatto economico dell’evento sono importanti. Dovremo però essere in grado di misurare quanto di quel valore si tradurrà realmente in ricaduta per le imprese e per il territorio», afferma Carfora.
Un grande evento può generare presenze e consumi immediati.
Per l’economia locale, tuttavia, sarà importante capire quanta parte di questo impatto diventerà attività economica stabile.
La valutazione dovrà considerare anche occupazione, investimenti e valore duraturo per il sistema produttivo.
Misurare il valore del turismo
Napoli dispone già di strumenti di monitoraggio turistico. Nel 2026 la città ha inoltre rafforzato la programmazione commerciale del centro storico.
Secondo Carfora, il passaggio successivo consiste nel mettere in relazione dati che oggi vengono analizzati separatamente.
Tra questi rientrano presenze turistiche, mobilità, attività commerciali, aperture e cessazioni.
A questi indicatori vanno aggiunti occupazione, valori immobiliari e costi di gestione.
L’obiettivo è costruire una lettura più completa dell’impatto economico del turismo.
La domanda di partenza è semplice:
quanto valore economico produce il turismo e quanto di questo valore viene intercettato dalle imprese e rimane sul territorio?
«Non possiamo più limitarci a celebrare la crescita dei flussi turistici. Dobbiamo misurare ciò che quella crescita lascia realmente alla città».
«Dobbiamo capire quanta spesa viene generata, quali settori intercetta e quanta parte di quel valore si traduce in fatturato, occupazione, investimenti e ricaduta economica per le imprese locali», osserva Carfora.
Da questa analisi Luigi Carfora intende aprire un confronto con le istituzioni e con il sistema produttivo.
Tutelare il commercio non significa difendere indistintamente ogni attività esistente. Allo stesso tempo, non significa contrapporsi al turismo.
L’obiettivo è favorire una crescita capace di rafforzare il maggior numero possibile di imprese, attività e posti di lavoro del territorio.
Governare la crescita turistica significa quindi aumentarne la ricaduta economica locale.
«Napoli ha conquistato il turismo. Ora deve conquistare la capacità di trasformare quella straordinaria domanda in ricchezza diffusa: più clienti per le imprese, più fatturato, più lavoro, più investimenti e più valore che rimane sul territorio», conclude Carfora.
La sfida della Napoli periferica
Il centro della città rappresenta il primo banco di prova.
Una seconda riflessione dovrà riguardare la Napoli periferica, dove la situazione presenta caratteristiche differenti.
In queste aree la questione riguarda soprattutto collegamenti, trasporto pubblico e servizi.
Rendere più accessibili ai flussi turistici le zone oggi meno coinvolte potrebbe consentire di distribuire maggiormente le opportunità generate dalla crescita della città.
La sfida, in definitiva, non consiste nello scegliere tra turismo e impresa.
Occorre invece fare in modo che il turismo diventi sempre più impresa, lavoro, investimento e sviluppo.

