Il risiko bancario avviato con l’offerta pubblica di scambio di Unicredit a Bpm, presentata a novembre, non cessa di produrre sorprese. Riavvolgiamo il nastro. L’ops di Unicredit su BPM è stato un altro segnale dell’attivismo dell’ad Andrea Orcel, che poco prima aveva dato l’assalto alla tedesca Commerzbank. Ma l’attacco ha mandato su tutte le furie la parte leghista del governo e quindi il ministro Giorgetti che ha visto in percolo l’obiettivo strategico della Lega, e del governo, di creare a partire da Bpm una grande polo bancario al servizio dell’economia del Nord. Non sono mancate le reazioni. Basti dire che, favorendo la vendita della quota detenuta dallo stato in Monte Paschi a Caltagirone e alla finanziaria Delfin dei Del Vecchio, l’attacco è stato portato direttamente all’ex salotto buono della finanza italiana, Mediobanca. Un altro capitolo del risiko innescato dall’operazione tentata da piazza Gae Aulenti. Che la vicenda Unicredit-Bpm finisse a carte bollate, però, non era esattamente prevedibile.
Ancora più sorprendente è che il ricorso al Tar dell’istituto guidato da Andrea Orcel contro il golden power azionato dal governo, che, lo ricordiamo, impone di non ridurre il rapporto tra impieghi e depositi per 5 anni, di ritirarsi entro 9 mesi dal mercato russo, di non ridurre il portafoglio di project finance edi non ridurre- sempre per 5 anni, il portafogli di titoli italiani detenuti da Anima, società finanziaria detenuta da BPM. Singolare che la sentenza, che ha toccato soprattutto le prime due questioni citate, abbia prodotto una doppia soddisfazione, evidentemente dovuta anche alla peculiare pronuncia del tribunale amministrativo del Lazio. Il quale ha effettivamente, ma solo parzialmente, accolto il ricorso di Unicredit e che comunque obbliga il governo riformulare i termini del golden power. Non a caso, cantano vittoria i legali di Unicredit: per la prima volta è stato riformato un provvedimento del governo sui poteri speciali.
Il ministro Giorgetti ha espresso soddisfazione, perché al suo ministero non è stata negata la legittimazione a emanare il provvedimento, che però per i giudici dovrà essere riformulato in toto. Un problema di non secondaria rilevanza per il governo Meloni. E tuttavia, i guai per il governo non si fermano qui. Arriva infatti direttamente dalla commissione europea la grana più grossa. La lettera arrivata da Bruxelles non si presta a equivoci: il governo ha esattamente venti giorni di tempo dal recepimento della comunicazione della Commissione per cambiare radicalmente il decreto del golden power, perché nella sua forma attuale il provvedimento sarebbe palesemente contrario al principio della libera circolazione dei capitali e alla competenza esclusiva di autorità di vigilanza della BCE.
La commissione europea, inoltre, contesta fortemente al governo che le ragioni di pubblica sicurezza, ricondotte dal ministero di via XX settembre a sostegno del golden power in ragione delle partecipazioni detenute da Unicredit in Russia, posano applicarsi a una operazione tra due banche dello stesso paese.
Insomma, la Ue sembra aver colto perfettamente la natura tutta politica dell’operazione che ha portato ad abusare del potere del ministero di usare il golden power in una operazione di tentata acquisizione tra due banche italiane. Naturalmente, anche la comunicazione UE ha registrato una diversità di vedute tra gli alleati di governo. Mentre la Lega, in omaggio al suo sovranismo mai sopito, la ritiene una intromissione, Forza Italia non ha mancato di far sapere che ritiene l’intervento dei Bruxelles del tutto legittimo. Per gli ulteriori sviluppi della vicenda non resta che attendere le prossime settimane

